Guide sui sigari, Sigari

Quando un sigaro è un puro?

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In origine era il sigaro, con i suoi semplici riti: taglio, fuoco, volute di fumo. E tanto probabilmente bastava alla gran parte dei fumatori. Tuttavia, l’essere passati dal rito fine a sé stesso ad una vera e propria cultura, ha portato appassionati, addetti ai lavori e scrittori a codificare tutto quanto potesse essere utile per creare un comune denominatore che uniformasse l’interazione linguistica per lo stesso interesse.

Il termine puro identificava in origine il sigaro cubano, realizzato con tabacco dell’Isla grande. Per analogia, molto più in là con gli anni, il termine “puro” è stato utilizzato per indicare il sigaro le cui foglie costitutive (tripa, capote e capa) provenivano da un’unica regione. Si è finiti col passare dal puro per antonomasia (il cubano) al dover indicare anche la provenienza degli altri puros (dominicani, nicaraguensi, etc.). Ma la cultura, si sa, è mutevole come la mente umana (essendone il suo prodotto) e ben presto il concetto di puro non poteva più essere esaustivo per rappresentare un dato prodotto. Negli ultimi decenni, l’avvento di sigari realizzati tramite la sapiente miscelazione di tabacchi provenienti da diversi paesi, poneva una nuova sfida etimologica:

Come classificare questi nuovi prodotti, dato che non potevano essere considerati dei puros?

Cominciò a diffondersi il termine e il concetto di blend, probabilmente mutuando lo stesso dall’altrettanto antico mondo del whisky. La prima ufficiale miscelazione di whisky fu autorizzata nel 1853, ad Andrew Usher. Tuttavia non è da escludersi che ben prima di questa data i distillatori fossero soliti mescolare più whisky o i prodotti della distillazione di diverse materie prime. Vale lo  per il mondo tabacalero: risulta difficile identificare con certezza quando si sia cominciato a parlare di “miscelazione” per i sigari.

Come poter classificare quei prodotti che, seppur costituiti da tabacco proveniente dalla stessa regione, sono lavorati e/o rollati in un Paese diverso da quello di coltivazione?

Questa scelta di produzione potrebbe apparire poco comprensibile o persino antieconomica, tuttavia negli ultimi anni non sta diventando inusuale: si pensi al Davidoff Nicaragua (tabacchi nicaraguensi, ma produzione dominicana), all’Alec Bradley Nica Puro (tabacchi nicaraguensi, ma fattura honduregna) o alla linea Amazon della Diplomatico Cigars (tabacchi italiani lavorati in Perù) e così via. Una situazione che, apparentemente, sembra sfuggire ad una precisa classificazione e che si apre ad almeno due interrogativi: queste nuove produzioni sono da considerarsi blend o puro? Se non sono né l’uno né l’altro, siamo di fronte a sigari “del terzo tipo”, per i quali occorre coniare o ricercare un nuovo termine? Di certo non è possibile considerare questi prodotti come frutto di miscelazione di tabacchi provenienti da diversi Paesi; di contro, il concetto di puro del fumatore medio sembra essere legato anche al Paese di torcida.

Per poter trovare risposta alle domande, cerchiamo di analizzare la produzione dei sigari andando parecchio più indietro nel tempo. I sigari come li conosciamo oggi, ossia composti da tripa, capote e capa, nascevano nel 1731 a Siviglia e furono chiamati “sevillas”. Il tabacco utilizzato per la loro torcida era di origine cubana, essendo l’Isla Grande sotto la dominazione Spagnola. Oltre un secolo dopo, nel 1883, nasceva a Tampa l’industria del sigaro negli States: tabacco cubano, torcedores cubani e industria parallela a quella dell’Isola caraibica. Una produzione tabacalera che, oltre a Tampa, si estese anche in altre zone della nazione. Con queste premesse storiche non possiamo escludere che quei sigari, i sevillas, fossero dei puros, anche se la manifattura era realizzata in un Paese diverso da quello che ospitava le piantagioni. Affermare il contrario, significherebbe porre in discussione la storia stessa del sigaro. Parlare di puro non esclude poi il concetto di miscelazione: anche un sigaro con tabacchi “monorigine” è frutto di un blend, di una receta che tiene conto della provenienza geografica di ciascuna foglia da una specifica vega.

Non siamo quindi in grado di affermare l’esistenza (o meno) di una classificazione “del terzo tipo” relativa a sigari realizzati in una data Nazione con tabacchi monorigine di un altro Paese. Ragion per cui, se dovessimo scegliere di incasellare queste produzioni fra uno dei due concetti dicotomici, sentiremmo di essere più concettualmente affini a quello di puro.

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Giuseppe Mitolo

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