Guide sui distillati

Whisky: finishing

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La maturazione del whisky nelle botti fa si che queste apportino aromi al distillato, e la loro scelta varia a seconda del risultato che si vuole ottenere. C’è però anche una variante, definita finishing, che dà un impatto finale sul prodotto. Nei fatti si tratta di trasferire un distillato già di per sé arrivato a termine maturazione, in una botte molto marcante per un breve periodo di tempo, in modo che essa trasferisca al whisky le sue caratteristiche salienti.

Per quanto possa sembrare una pratica oggi comune, è solo negli ultimi 15-20 anni che questo tipo di intervento è passato dall’essere sperimentale al divenire una pratica diffusa delle distillerie. Fra le botti più utilizzate per il finishing ci sono le Port pipe, che come dice il nome sono grandi botti da 650 litri che hanno contenuto “Vinho do Porto” e le “Sherry butt”, da 500 litri. Non mancano poi le botti di “Madera” e quelle usate per l’invecchiamento del Rum. Recentemente alcune distillerie hanno alzato l’asticella introducendo l’uso di botti acquistate da aziende vitivinicole: Sauternes, Barolo, Amarone, barriques francesi e Tokaji solo per fare qualche esempio, ma virtualmente qualsiasi tipo di botte è utilizzabile. Glenfiddich ha presentato negli ultimi tempi due whisky con finishing ancora più azzardati: in botti di birra IPA (Indian Pale Ale) e di ice wine, una particolare tipologia di vino ottenuta vinificando grappoli congelati e raccolti nel periodo invernale.
Partendo già da un prodotto con un determinato carattere, è ovvio che la complessità del lavoro del master blender sia insita nel scegliere una botte il cui carattere ben si integrerà con il detto spirito, cercando di bilanciare le caratteristiche e facendo in modo che la tipologia scelta non copra eccessivamente il gli aromi e i sapori caratteristici del whisky di partenza. Per fare un esempio pratico, non si andrà ad usare una botte molto marcante, come può essere uno “Sherry Butt” a primo riempimento, su un distillato dal corpo leggerissimo, in quanto rischio di avere un risultato non coerente.

In sostanza, il processo di finishing permette alle varie distillerie di poter sperimentare e giocare con una gamma molto più vasta di aromi, da impartire ai propri prodotti così da poter ampliare la propria offerta.

Trattandosi comunque di pratica drastica di intervento sul distillato, anche il finishing ha i suoi detrattori, i quali sostengono che, salvo pochi casi, serva ad ingentilire prodotti altrimenti troppo spigolosi per il consumatore, a volta andando addirittura a mascherare alcuni difetti del distillato.

 

 

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Nicolò Veronese

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