Guide sui distillati, Guide sui sigari

Il colore: come non farsi ingannare

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Distillati e sigari premium hanno in comune molte cose. Entrambi sono mondi incredibilmente vasti da esplorare, che richiedono tempo e dedizione per poter essere compresi. Allo stesso tempo, sono in grado di sprigionare una forte passione, a dir poco travolgente. Col passare del tempo, l’esperienza accresce sempre di più e ciò che inizialmente può essere motivo di inganno, pian piano diviene quasi un campanello d’allarme che spinge l’aficionado a porsi delle domande.

Il colore è forse la cosa che, soprattutto inizialmente, può disorientare chi si avvicina sia al mondo del sigaro che a quello del distillato. Non è comunque un qualcosa che lascia indifferenti anche gli aficionados più esperti, e questo i produttori lo sanno molto bene: da qui l’impiego di tecniche artificiali per creare una colorazione accattivante e attraente, che spinga il consumatore a fare delle scelte mirate.

La legislazione sul whisky, rispetto ad altri distillati, è particolarmente rigida; ciononostante, oltre alla diluizione con acqua, al distillato finito si può aggiungere solo un’altra sostanza: il caramello. L’acqua non può diluire il prodotto oltre il 40% in termini di ABV, mentre per quanto concerne il caramello, le restrizioni sono volte alla non aromatizzazione del prodotto, che si traduce quindi nell’utilizzo di sostante che si devono limitare a modificarne la colorazione, e quindi l’aspetto. Il caramello impiegato è il colorante E150, quello utilizzato nella Coca-Cola per intenderci. Nello specifico, la variante nel whisky è l’E150A, che differisce dalla versione B e C impiegate in ambito alimentare. Nel mondo del sigaro invece, ad oggi non vi sono regolamentazioni che impongano la dichiarazione di utilizzo di sostanze coloranti.

Ma per quale motivo c’è bisogno di “colorare” un distillato o la foglia di fascia di un sigaro? Le motivazioni principali sono due. La prima è la volontà di mantenere un colore univoco di anno in anno, o di batch in batch; nel caso dei sigari, si dà una colorazione omogenea ai prodotti all’interno dei box. La seconda motivazione è però la più importante: nei distillati si vuol dare la sensazione di un prodotto invecchiato maggiormente rispetto al numero riportato in etichetta, mentre nel mondo del tabacco, si vuol rendere un sigaro più accattivante tramite una foglia di fascia più oleosa e in grado di conferire più qualità percepita al prodotto.

Facciamo un passo indietro e torniamo alla prima delle due ragioni che stanno alla base della colorazione. Se ci soffermiamo in ambito distillati, le aziende produttrici si trovano spesso a dover ricreare i prodotti base anno dopo anno o addirittura mese dopo mese. Prendiamo come esempio un classico: il Lagavulin 16, un prodotto dall’eccezionale rapporto qualità/prezzo, che vanta una vasta diffusione, che lo rende reperibile anche al supermercato. Questo whisky è un single malt per la cui realizzazione vengono impiegate molte botti, sempre differenti. Se lo acquistate oggi è praticamente impossibile che sia lo stesso batch di un anno fa. Mantenere però il medesimo colore, consente al produttore di creare una maggior fiducia nel consumatore, abituato sì agli aromi del prodotto, ma anche alla sua colorazione. Per questo motivo, nella fase che precede l’imbottigliamento del prodotto finale, il produttore verifica il colore del distillato e, se necessario, aggiunge il colorante per raggiungere la tonalità voluta. In ambito sigari, questa prima motivazione è volta più a far coincidere la colorazione della foglia di fascia, che deve risultare quanto più omogenea all’interno del box. Da sempre infatti, i sigari vengono scelti per essere inseriti in una scatola e la scelta eseguita ricade esclusivamente sulla colorazione. Nelle aziende produttrici di sigari, vi sono infatti delle figure preposte alla verifica e alla selezione dei sigari in base alla loro tonalità, per garantire la maggior omogeneità possibile.

La seconda ragione è però quella che tende a trarre in inganno il consumatore, spingendolo a una scelta dettata da una componente estetica difficilmente trascurabile. Il medesimo distillato, se presenta una colorazione più scura, viene visto come un prodotto che ha subito un processo di maturazione più lungo e di conseguenza viene associato ad un qualcosa di qualità superiore, alla quale viene dato un valore intrinseco maggiore. In ambito sigaro, una foglia di fascia oleosa, dalla colorazione uniforme ed esente da difetti, comunica all’aficionado una qualità superiore, dovuta a quella che a prima vista sembra una selezione di tabacchi particolarmente spinta. Che la foglia di fascia sia una delle componenti essenziali che entrano in gioco per la vendita di un sigaro è oramai cosa scontata; non per niente è la componente più costosa del sigaro e quella che subisce un processo di selezione che non è nemmeno lontanamente paragonabile al resto delle foglie. La colorazione artificiale mette però d’accordo due variabili importanti: si può spendere di meno scegliendo una foglia di capa di qualità inferiore, ma la si può far sembrare molto più di qualità applicandole una colorazione.

Attenzione al colore quindi. Come molto spesso accade, ciò che risulta troppo bello per essere vero, alcune volte non lo è proprio.

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Federico Bosco

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2 Comments

  1. Vincenzo 21 febbraio 2018 at 16:13 -  Rispondi

    Argomento interessante ben trattato

    • Federico Bosco 22 febbraio 2018 at 08:39 -  Rispondi

      Grazie Vincenzo, continua a seguirci!

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